Che in lingua quechua significa che sto per andare a Cusco!

Che guarda caso è l’antica capitale dell’impero Inca, costruita a forma…

…di PUMA!

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In America un candidato al governo del Paese non si permette di insultare la parte della popolazione che non lo voterà, bensì cerca di conquistarne il voto e la fiducia finchè ne ha il tempo.

In America sono mediamente molto più gentili di noi, e anche se fosse solo una facciata è una facciata che ti mette di buonumore quando hai a che fare con chiunque.

In America, dopo un funerale, ci si riunisce a casa dei parenti e si beve, si mangia, si ricordano i bei tempi andati e si sta bene insieme [e lì ho conosciuto uno della O’Reilly e ho visto una Martin D-35 del 1972…].

In America danno molta importanza alla Festa della Mamma.

In America ti chiedono come stai, prima di chiederti qualunque altra cosa tipo “You want fries with that?”.

Nonostante tutte queste belle cose c’è una sensazione sotterranea e poco definibile di qualcosa di storto e costrittivo.
Certamente però, di qualsiasi cosa si tratti, è meno storto di un ministro delle Pari Opportunità [AHAHAHAHAHA!] che sostiene che «per volersi bene il requisito fondamentale è poter procreare» [qui, da Out].

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Invece che a casa Cougar questo fine settimana pasquizio pareva d’essere alla Ludoteca.

Abbiamo persino generato esagrammi dai punteggi del Pampalugo, questo è il mio:
esagramma 41, la Riduzione, composta dal lago (sotto) e dalla montagna (sopra).
“Se si è sinceri si avrà fortuna e non si commetteranno errori”, dice il mio libro.

Insomma, riuscire a trovarsi in mano il maledetto fante di spade per tre volte di fila non è da tutti. Significa che sono fortunata in amore, via.
Empi ha pure stracciato il Lupo a scacchi a più riprese, che poi si è vendicato stracciando me, che a mia volta mi sono ri-vendicata stracciandolo a briscola.

[parentesi ricca di pathos e felici memorie di spensierata gioventù]
La nemesi, finalmente.
Erano cinque anni che aspettavo di farlo. Esattamente da quando, in viaggio per nave alla volta di Atlantide nell’agosto da bolla africana del 2003 [48°C a Cagliari, oh], lui mi vinse sette partite di fila a briscola. Fui salvata solamente dalla luce della sala-poltrone che si spense provvidenzialmente per far dormire gli ignari passeggeri e per salvare me da un umiliante cappotto.
[fine parentesi ricca di pathos eccetera eccetera]

C’è da dire, a discolpa del mio fratellone dai lunghi riccioli, che sulla scacchiera con le pedine a forma di draghi in diverse guise non è proprio facilissimo raccapezzarsi. Alla fine era diventata una partita tra Elfi e Ghibellini, dicono i due scacchisti.
Mama si ostinava inoltre a mescolare le carte al posto di chiunque, ed Empi l’ha quindi così apostrofata: “Ma ti pagano a cottimo?”, ottenendo il risultato di farmi scivolare sotto la panca della cucina dal ridere.

E insomma, alla fine ce l’ha fatta. Domenica Lupone riparte per Downunder.
Non vedo l’ora di ricevere il messaggio di avvenuto atterraggio, sistemazione e trangugio dell’amatriciana inaugurale a Perth con i suoi amici.
Epperò è stato bello averlo intorno in questi giorni. Non lo voglio qui perchè là sta bene e qui no. Ma mi mancherà lo stesso :)
Lasarôn!

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a-----2-2---3-----3----2(p0)-0--0-----/5-----5-53

d--0-2---2-(2)-2-(2)-2-2p0~~h4-4---0h4/7----7--75

Jeff Buckley - Vancouver

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In occasione del trentesimo compleanno di miocugginomiocuggino Omar abbiamo mangiato come cammelli, bevuto come bisonti [o era il contrario?], sparato quantità veramente abominevoli di fesserie [e fin qui tutto nella norma] e ci siamo coccolati a vicenda. Soprattutto ci siamo coccolati a vicenda la Maga, Fantaleo detto “ammòre della zia Pumacchia” e anche il mio fidanzato, Ciccio Pantera.
E poi abbiamo giocato.
Abbiamo giocato ad un giochino appartenente alla vasta, denigrata ed oscura schiera dei giochi di ruolo.
Solo che questo gioco qui è fuori di testa del tutto. Si chiama Munchkin ed è il Farfa Sgalbedrato dei giochi di ruolo. Con carte tipo queste:

Roba da farsela sotto dalle ghignate. La mia prima esperienza con un RPG mi ha portato crampi allo stomaco e lacrime agli occhi, non male.
Poi mi hanno raccontato di un altro gioco del genere in cui i giocatori devono darsi la colpa a vicenda di chissà quali malefatte e convincere l’oscuro signore a non dar loro un’occhiataccia, adducendo le scuse più impensabili. Tipo la storia delle cavallette e lo smoking e NON E’ STATA COLPA MIA! dei Blues Brothers.

Dopo un pranzo assai generoso è d’obbligo il caffè, giusto? Giusto. E se si è tanti come eravamo noi, magari le tazzine sono diverse tra loro, giusto? Giusto.
In una circostanza simile, capita che ognuno esprima le sue preferenze al riguardo:
Maga: “Io vorrei una tazzina con i fiori, perchè sono bucolica.”
Vale: “Ne avete anche una coi carciofi? Io sono agropastorale.”
[Dissolvenza in nero sulla teglia di pasta al forno e sulla pentola di passatelli]

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Eeeeed è partito!! Il Lupo è stato depositato a Malpensa stamattina da Mama e da me, e fra cinque ore e mezza atterrerà a Vancouver!
Non prima di averci fatto l’onore di passare la vigilia del viaggio con noi, ben avvolto da bistecche abnormi, asperso da tequila sale e limone [per digerire, mi dicono], protagonista di risate a lacrime e inzuccherato oltre ogni dire, che non ci pareva vero di averlo lì.


Suerte, mate!

I feel a change
back to a better day

(shape shift)
hair stands on the back of my neck
(shape shift)
in wildness is the preservation of the world

so seek the wolf in thyself

(shape shift) nose to the wind
(shape shift) feeling I have been
(move swift) all senses clean
(earth’s gift)back to the meaning, back to the meaning of wolf and man

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Entro in casa alle due di notte dopo i consueti quattrocento chilometri in macchina e dò il benvenuto al vaso di menta che Empidosi mi ha fatto trovare in macchina alla partenza. Dopo questa ulteriore sorpresa-Bandido mi permetto di decretare che lui e il suo compare il Lupo [per meriti extra-menta] sono due esemplari perfetti -quanto rari, ahimè- di Uomo Profiterole [definizione mutuata da Berarda Del Vecchio nel suo libro “Sdraiami”] cioè, citando testualmente, “bono, dolce e co’ le palle”. Adorovi. Per questo e questo e qeust’artro motivo.
Spalanco la porta-finestra e invece dell’inquilina di sotto che bercia… Oh, meraviglia! qualche ignoto in una casa vicina sta suonando qualcosa di molto languido con la tromba, una melodia da noir. Infatti tra trenta secondi mi piazzerò in terrazzo finchè al musico non viene sonno.
[Scusate, non vorrei auto-rovinarmi l’atmosfera… però qui viene automatica la vecchia battuta “Lei suona il piano. E lui?”]

Ps. Ore 9.20: Al musico è venuto sonno verso le quattro e mezza…

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Questa strofa riassume le mie ultime ventiquattr’ore:

Lakeside view Bluesiana Velden
playing rock’n'roll all night

with 3 hours of sleep and a dutch cigarette

La strofa è di una canzone dell’ultimo disco di Patricia Vonne, Firebird.

E ovviamente, questi 1100 chilometri in 24 ore che mi sono smazzata sono stati per andare a sentire lei e Robert LaRoche che suonavano, appunto, al Bluesiana di Velden am Wörthersee. Visto che era il posto più vicino in cui suonassero e che non li vedevo da maggio…

Che fai, te ne privi?

Partenza mercoledì alle 13 da Firénze, per rientrare esattamente ventiquattr’ore dopo, in tempo per fare una doccia e andare a lavorare.

In mezzo, ore di guida senza aria condizionata, litri di roba fresca buttati giù, Camogli all’autogrill dopo Pontebba e il Lupo che guida in Austria e si lamenta di essere ingrassato [sieee e dove li avresti messi quei 5/6 chili che hai preso? …La domanda è volutamente tendenziosa].
Un concerto con i miei compagni di concerto preferiti di tutti i tempi, ovvero Mama e Lupo.
Patricia e Robert sono stati sorpresissimi di vederci e ci hanno fatto un sacco di feste. Stavolta non suonavano in duo acustico ma con un batterista e un bassista olandesi. Detto bassista olandese, Niko, ha fatto delle robe, ma delle robe… E il Lupo, mentre Patricia suonava le castañuelas, ha esordito con un sorpreso “Ma questa è un metronomo!”. Inoltre Robert dà delle notevoli soddisfazioni con la sua Rickenbacker bicolore oltre che con la Gibson acustica, e Patricia ha sempre una voce eccezionale e una maniera di stare sul palco che ho visto pochissime volte.

Insomma, ci si rivede a novembre, forse in Italia… o in qualunque altro posto…

Mi permetto di citare, a mo’ di postilla, una frase dettami da Empidosi al telefono stasera: “Anche Mozart era tutto variazioni e formaggio, dopo tutto…”.

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12 Jul 2007

Sono tornata.

Da qui.

Ma ci sarei rimasta molto volentieri, in un posto del genere

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…Sono all’impasse, come Battisti.

Devo tentare di decidere di iniziare a capire cosa mettere nella borsa per la partenza di venerdì sera.
La volontà di farlo è pari alla voglia che avrei di farmi un tuffo in un calderone di brodo bollente: il demone Vacanza già sta girando in background, e sta minacciando di prendersi tutte le risorse del sistema in tempi molto brevi… so già come finirà, che venerdì stuggerò quattro cose in una borsa in meno di un quarto d’ora e bona lì.
Intanto che nicchio, c’è Patricia Vonne a cantarmi “Texas Burning” [la ribattezzo Florence Burning, visto il clima: “Texas burning/see the heat rising/The fields have withered/and the wells run dry…” ] e poi Tori Amos con “Lovesong” dei Cure.

Insomma, quest’anno si va in India, la mi’ mamma e io.
Oggi a Bombay era più fresco che a Firenze. Giusto per dire.
[quel lazzarone del mio tappetino da bagno a forma di pescione si lamenta per il caldo]

Ieri alle tre di notte c’erano 27.5°C, civette che stridivano [pare che le civette stridiscano, secondo qualche ornitoaccademico della Crusca, non è una mia invenzione], vento caldo e profumo di tiglio: una temperatura e un’aria tropicalmente splendide, dopo sei estati a quarantagradi di afa e smog a Milano.

Tuttavia, anche se amo da pazzi il Granducato e il suo clima, l’idea di un temporale monsonico notturno in un lussureggiante giardino di spezie del Kerala mi solletica davvero parecchio.

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Ovvero, di come sia ricominciata la stagione della griglia da due metri quadri traboccante di carne, di litri di vino che van giù come acqua e dell’orca sgonfia e le poltrone gonfiabili con il portabirra in piscina, in compagnia della miglior banda di cialtroni che io conosca.

Iniziamo subito con il Lupo che, in arrivo venerdì sera in treno, credeva che la stazione di Firenze Rifredi si chiamasse Siffredi, complice la vocetta incomprensibile dell’annunciatore delle FS. Proseguiamo con, in rigoroso ordine cronologico:

  1. una bottiglia di porto bevuta sul terrazzo disquisendo dei tormentati rapporti tra giovani uomini e giovani donne. Qui si vede la bellezza di avere il Lupo come migliore amico, che mi offre punti di vista maschili su queste faccende. Il fatto è che sono piuttosto simili ai miei. Non so se questa cosa mi debba preoccupare o meno, ma credo di no: mi faccio molte meno pippe mentali della media delle fanciulle.
  2. un Southern Comfort [mio] e un Gin Lemon [del Lupo] all’Angie’s Pub, dove hanno la mano generosa con gli alcolici. “Generosa” è un eufemismo.
  3. una partita di Pictionary con il mio bassista preferito e altri amici aficionados del Be Bop più la gatta Caterina, durante la quale l’unica cosa di senso compiuto che sono riuscita a dire senza ridere è stata “tecnigrafo”, mentre Bernardo disegnava un tavolo. Visto che la parola da indovinare era “progettare”, c’ero quasi.
  4. un due etti di pasta con melanzane e peperoni che il Lupo s’è scofanato alle tre del mattino. Meno male, che se non mangia io mi preoccupo.

Ma torniamo, anzi andiamo, a Carpenter Beach.
Finestrini giù e occhiali da sole, acqua frizzante a temperatura-motore e musica a palla. E visto che siamo poliedrici, come dice il mio navigatore, passiamo da Patricia Vonne-Joe’s gone riding agli Helmet-Milktoast, da Tori Amos-Devils and gods ai Wilco-At least that’s what you said, dai Cure-Friday I’m in love agli Hammerfall-Heeding the call e così via…
A11-A12-A26 per un totale di 342 chilometri da casa a casa, gallerie liguri che ci si entrava con il sole e se ne usciva con il diluvio e viceversa per un numero imprecisato di volte, l’autovelox a Gavonata che meno male m’aveva avvisato l’Imperial Carpentiere e finalmente l’arrivo, con tanto di comitato d’accoglienza in giardino.
Sulla griglia, hamburger e/o bistecca di brontosauro e/o salsiccia gigante per cena? Decisioni, decisioni… Prima di decidere guardo ancora un po’ il Lupo che tosa il prato, via.

S’è anche scoperchiata la piscina, che quest’anno non ospitava alcun portatore di branchie e zampe palmate, con mio sommo disappunto. Qualcuno aveva ventilato l’ipotesi di insaponare il telone copripiscina steso sul prato e di farci un po’ di telo-surf, poi sono spuntate sedie al sole e birra fresca e abbiamo soprasseduto [esisterà, questo participio?].
Menzione speciale al geniale Generale Cuder non ha perso occasione per farci stramazzare con le sue battute e citazioni [Generale, posa ì fiascooo!], nonché con interrogativi esistenziali come “Un coltello e una forchetta se li accoppi fanno i cucchiaini? E’ una società cucchiaiale!”, e la Calippa, da scienziata maremmano-pisana qual è, ci ha deliziato con il moccolo più scientifico che esista: “Dioticarbammato di piperazina!”.

Il Coso c’è ancora, l’ho visto serpeggiare [ahah…] tra un cespuglio e l’altro. Spero che poi non abbia fatto merenda con il toporagno che ho salvato dalla piscina, o con il leprottino dalla coda-a-piumino che ha attraversato il prato mentre noi si oziava al sole.

Sono anche venuta a conoscenza della follia di certi pubblicitari: dopo il “ZanzaStop” sfoggiato in giardino sabato, la Calippa stasera ha visto in un centro commerciale il “Topo-Li-Zac”. E poi dicono a me che son strana…

It’s a beautiful day
The sun is shining
I feel good
And no-one’s gonna stop me now, oh yeah

It’s a beautiful day
I feel good, I feel right
And no-one, no-one’s gonna stop me now mama
Sometimes I feel so sad, so sad, so bad
But no-one’s gonna stop me now, no-one
It’s hopeless, so hopeless to even try

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Fine settimana a casa da Mama ed Empidosi, più i gatti.

Lo zio di tutti i temporali si scatena sabato sera, in contemporanea con l’arrivo a casa Cougar del Lupo, che viene accolto grondante da Empidosi con la frase “Che tempo da Lupi eh? Ahahahah!”.

Per un attimo temo per la sua incolumità, poi l’aver parato davanti al Lupo una terrina di insalata lo salva.

Numerosi bicchieri di vino bianco e l’inizio di Shrek in tivù non ci mettono abbastanza in guardia su cosa succederà dopo.

Non ricordo da cosa nasce la questione, ma la conferenza lupesca sullo Stick Bass miete più vittime della peste del 1630: Mama dapprima lo chiama Link Guitar, poi non capisce come “una chitarra possa avere contemporaneamente corde e tasti”, mentre il Lupo cerca di spiegare come è fatto e come viene suonato. Provo timidamente a dirle che secondo me lei ha una concezione di tasto che non è quella adeguata al caso, ma faccio la solita figura da Cassandra.
Chiede al Lupo “Dove mi rimangono i tasti?” e lui risponde “sempre lì!”.
Stiamo lasciando a velocità smodata il regno della razionalità.
Nascono lo Steak Bus, l’autobus bistecca, e lo Stick Bus, l’autobus autoadesivo da cui non puoi più scendere.

Mama ha le gole, allora dice a Empidosi “TU vuoi i Nachos con la salsa, VERO?”.

Poi arriva l’amico Andy e in cucina non c’è posto a sedere, Mama gli chiede “Ti porto una sedia?” e lui magnanimo replica “Sì, so che ne hai”. E’ bello sapere che gli amici ti ritengono seggiolicamente adeguata.

Sfoderiamo la teoria dei quanti ed Empidosi minaccia di impiccarsi in bagno, dopo aver predicato che “Prima non sapevamo il senso della vita, ora non sappiamo nemmeno il senso della realtà”.

Dalla teoria dei quanti al cinema horror il passo è breve. Riferendosi ai film di Dario Argento, Empi ci informa che a lui “piacevano fino a poi, dopo è andato…”
Minaccia di nuovo il suicidio ma questa volta non tramite impiccagione ma minacciando un’epidemia di morbillo sulle piastrelle: Empi pioggia di sangue. Il che mi ricorda l’episodio di Ochalan, il Lupo e Profondo Rosso di qualche anno fa. Ma questo episodio è appannaggio narrativo del protagonista [Orsù, Lupo! Raccontaci di Ochalan e Profondo Rosso!].

Si torna alla musica: stavolta strumenti australiani, data la recente trasferta del Lupo.
Empidosi mi mette in difficoltà con il Gérri Dù [la nemesi di Tom Dù?] e con Dj Ridoo, noto diggei australe, poi sferra il colpo mortale dicendomi “Il tuo sorriso degli occhi adesso sembrava un biglietto d’andata”. Boccheggio dal ridere finchè non capisco cosa intende: il guaio è che non credevo di essere così trasparente. Questo può diventare un problema.

E poi, da bravi italiani, si va sul calcio.
Di cui ormai, dopo le recenti avventure calcistiche aziendali, posso parlare persino io. Andy sostiene addirittura che è un gioco più che uno sport, perchè “basta saper correre e, talune volte, tenere la palla”.
Comunque.
Mama chiede se una squadra va in UEFA se è tra i primi quattro. Empi la erudisce sui meccanismi perversi di questo gioco infernale: “No, i primi quattro vanno in Scémpionscìp, i secondi quattro vanno in UEFA e gli altri vanno in bianco”.
Si cambia genere quando Mama chiede se a rebbi [Rugby] il fuorigioco è “quando tu sei avanti agli altri“.

Torniamo alla musica. Dalla copertina del cd che mi ha portato il Lupo stasera nascono i Verbatim, il gruppo metal che ha venduto più cd in assoluto nella storia del supporto ottico.
Ed esaminiamo le differenze politiche tra i rasta e i metallari: i primi scuotono la testa di qua e di là, i secondi in su e in giù. E’ sostanziale.

L’epilogo è degno del Grande Lebowski. In un magistrale “Back to basics”, mentre siamo fuori a fumare e a goderci il temporale, Empi va dietro casa e fa pipì in giardino. Fortunamente non sul tappeto, sennò poi ci si sarebbe ficcati in un bel ginepraio.

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16/5/2007 Firenze - Firenze - Firenze
[Oh Be Bop baby gonna blow your top, hey ho hey ho]
In mancanza di Johnny, arrivato in ritardo, ho fatto gli onori di casa a Patricia Vonne e Robert LaRoche quando sono arrivati al BeBop, in compagnia di Andrea Parodi e Max LaRocca [curiosa pseudo-omonimia…]. Nel raggio di cento metri l’unica a non essere una musicista ero io.
Fanno un soundcheck-lampo, giusto Morning After, e i suoni sono subito a posto.
Scopro, a cena davanti al Duomo, che Patricia e Robert sono due personaggi deliziosi ed estremamente amichevoli, lei è molto più bella che in fotografia e ha un’allegria che ti stende, lui ha quest’aria sorniona e bonaria dietro agli occhiali azzurrati. Si chiacchiera della scena musicale di Austin, nomi di musicisti pazzeschi saltano tra i piatti di tagliata e le pizze con noncuranza.
Non pare di essere a tavola con la sorella di Robert Rodriguez ma con dei vecchi amici che non si vedono da tempo.
Concertone al BeBop, Robert alla chitarra e Patricia che canta [dddddio che voce…], accompagna la musica con le nacchere e si muove come se non avesse delle giunture, proiettando in sala il suo sorriso enorme. Spettacolari.
Finito di suonare, Robert va fuori a fumare ma il pubblico reclama gli artisti e deve lasciare la sigaretta a metà.
Dopo vagonate di applausi il locale si svuota e si inizia a chiudere. Ma hey! C’è una chitarra solitaria e triste sul palco! Non sia mai. Johnny imbraccia la Gibson di Robert e dà il via a una session acustica per pochi eletti, mentre Patricia mi spiega come si suonano le nacchere e chiacchieriamo.
Sono le tre passate quando arrivo a casa, ho meno di quattro ore di tempo per far pace con Morfeo.

17/5/2007 Firenze - Correggio -Firenze
[Joe’s gone ridin’]
Come molti comuni mortali, io lavoro. Classico orario 9-18 [quando va bene].
Quindi stamattina ero a lavorare, con tazza da litro di caffè a fianco.
A mezzogiorno e mezzo arriva La Telefonata: Patricia e Robert mi aspettano per pranzo all’una. Dopo aver indorato la pillola al capo comunicandogli lo stato dei lavori, prendo una mezza giornata di permesso e mi fiondo in Duomo. Una ribollita annaffiata da una caraffa di vino rosso fa da preludio ad un pomeriggio in giro per il centro con finale sul tetto della Rinascente, al sole, con caffè freddo, tiramisu e cappuccino, birra e chinotto, e poi verso le cinque loro partono per Correggio, dove suoneranno alla Galera.
Alle sei sono in macchina alla volta di Reggio Emilia, ho da recuperare un pacco prezioso.
Con gli occhi blu. [La Maga, esattoooo!]
Dopo una rapidissima cena con Ukio e la Fre [e Pirulino che se la dorme] filiamo a velocità warp sulla strada per Correggio.
E ci facciamo delle domande senza risposta, la psiche umana è imperscrutabile, incoerente e incomprensibile.
A Correggio troviamo questo locale ricavato dalle antiche galere, appunto, con i tavoli sul marciapiede alberato. Lo spazio è un po’ angusto per i musicisti e Patricia fa un po’ fatica a dominare l’esuberanza, ma fanno un grande concerto ugualmente, con gli ammiratori che fanno a gara a rabboccare il bicchiere di vino di Robert. Qui l’atmosfera è più da pianobar rispetto al BeBop, ma loro si adattano molto bene.
Finisce la musica, Robert si accende la sigaretta, e dopo appena due tiri gli applausi lo riportano davanti al microfono. E’ una costante.
Li vado a salutare, ma mentre iniziano i vari “fate buon viaggio” e “ci teniamo in contatto” Andrea mi dice che l’indomani saranno ad Arcola, vicino a Sarzana. A quell’ora sono troppo sfinita per fare programmi, ma nel mio capino si insinua l’idea di andare anche là. Intanto devo tornare a Firenze, che l’indomani ovviamente sono a lavorare.
E una coda di due chilometri di TIR, dopo Roncobilaccio, non aiuta a tenermi sveglia.
Arrivo a casa verso le tre e mezza, con Morfeo inviperito che minaccia di tornare da sua madre se non la smetto di dormire così poco.

18/5/2007 Firenze - Arcola - Firenze
[Don’t mess with Texas or a green eyed girl]
Arrivo in ufficio con ancora i segni del cuscino in faccia e l’espressione da pugile suonato.
Verso le cinque di pomeriggio rischio il tracollo, faticando non poco a distinguere le lettere sulla tastiera, e penso di abbandonare il progetto-Arcola. Ma dura poco.
Vado a casa, scaccio le avances di Morfeo con una doccia fredda, e alle nove e mezza sono di nuovo in macchina, sveglia come un grilo.
Chi ha progettato il tratto di autostrada tra Lucca e La Spezia è un dannato figlio di nessuno, perchè il bivio Livorno-Genova non è segnalato e io ovviamente prendo per Livorno. Dopo una quarantina di chilometri di deviazione, sono di nuovo sulla rotta giusta e alle undici e mezza arrivo al Pegaso.
C’è perfino il tempo per una birra con Zio G.L., che poi si raccomanda che resti là a dormire se sono stanca. Ma io sono un cyborg, non ho bisogno di dormire! [certe volte lo penso davvero…]
Sul palco del Pegaso con Patricia e Robert c’è Marco Python Fecchio alla chitarra elettrica, e questo connubio risulta veramente speciale. Alla fine sale sul palco anche Andrea Parodi e insieme eseguono un brano metà in italiano e metà in inglese, chiudendo alla grande la serata.
Di nuovo una jam session acustica per pochi eletti, Andrea strimpella e Robert inventa le parole a braccio, cantando degli ultimi tre giorni in Italia e di noi che li abbiamo seguiti. Dice che è bello trovare persone come noi, avere degli amici che creano un clima familiare a migliaia di chilometri da casa. Dice anche che è come se ci conoscessimo da anni.
Stavolta purtroppo ci si saluta per davvero, ma ho in saccoccia un invito ad andare a Austin a trovarli.
Può darsi che succeda nemmeno troppo in là nel tempo…

19/5/2007 Firenze e basta.
Dodici ore di sonno iniziano a rimettermi in sesto.
E dopo tre giorni “on the road” o quasi, non c’è nulla di meglio dei Pretzel al BeBop per facilitare il ritorno alla vita normale.

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Scherzavo, quando dicevo che oggi avrei raccontato degli ultimi due giorni in compagnai di questi due strabilianti personaggi.

Se il mio compagno di merende non mi dà buca, stasera di nuovo in viaggio per vedere Patricia e Robert.
Dopo ieri sera a Correggio (RE) con la Maca, stasera tocca ad Arcola (SP).

E voi, miei amati lettori lombardi, sappiate che saranno a suonare a Seregno e a Milano, il 20 e il 21 maggio. Andateci.

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Toccata e fuga nella Terra delle Nebbie questo fine settimana, per recuperare certe carte a casa.
Freudianamente ho dimenticato le chiavi di casa di Milano dove? A casa a Firenze, chiaro. E, nella più classica scena da sit-com, me ne sono resa conto in macchina, a Milano, a cento metri da casa.
Mi sono trovata quindi ad aspettare la vicina di casa, depositaria del doppione delle chiavi, dalle sei di sera circa fino alle dieci, parcheggiata davanti a casa con solamente una letta e riletta copia del Vernacoliere e un giornale toscano di annunci immobiliari per passare il tempo [uh, c’è una torre in vendita da qualche parte qui vicino, devo informarmi]. La Calippa mi ha tenuto compagnia via sms, sostenendo che l’omino della sosta mi osservava così perplesso poichè mi reputava una basista delle BR.
[Buffo che cercando su Google basista br la chiave di ricerca suggerita sia invece bassista br…]

Dopo il sequestro-lampo delle carte che mi servivano, sono finalmente riuscita a fuggire dalla tetraggine milanese, in direzione hinterland lodigiano. Superato il fossato con le nutrie cannibali sono stata accolta dall’alter ego maremmano di Dorian Gray, la Calippa, sempre sia lodata lei e la sua accoglienza a base di hamburger, patatine e grignolino.
Dopo avermi ragguagliato sulle vicende dei comuni amici residenti in Lombardia mi ha raccontato qualche esilarante aneddoto sui suoi studenti, ad esempio un’ingenuo studente straniero che, durante una lezione/esercitazione sull’uso dello strumento di laboratorio noto come pipettatore, ha esclamato “Dottoressa, voglio pipare anche io!”.
Ho imparato anche che la perdita della stazione è anche il momento in cui un paziente, nell’esempio un cavallo, casca a terra dopo essere stato anestetizzato, e non solo quello che succede quando devi scendere dal treno a Santa Maria Novella e invece ti svegli a Roma Termini.

Stamattina poi, venuta a conoscenza che la Magione Carpentierizia è in procinto di rinascere a nuova vita, ho rinnovato con NonnoJena il mio impegno di manutentrice di piscine e bagnina, in vista del molto atteso ripristino di Carpenter Beach per quest’estate. Chissà quale specie salveremo quest’anno, e chissà se il Coso di Escuripide è ancora là.

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