Ovvero, di come non tutti gli scioperi vengano per nuocere.
Ma andiamo con ordine.
Dopo essere partita da Bergamo giovedì alle 6 e mezza del mattino, avrei dovuto passare la giornata in ospedale mentre operavano Kaio, con ritorno in patria previsto per le ore 18.50 da Parigi Orly alla volta della torre pendente.
L’ospedale Lariboisiére di Parigi ha una bella corte interna con aiuole e panchine, quindi s’è passato un po’ di tempo lì al sole, fino a quando ci hanno detto che lo avrebbero riportato in reparto verso le 14.
Momento di intenso giubilo e prime lacrimucce tra me e la mamma di Kaio, quando per esser sicure abbiamo chiesto all’infermiera se l’avevano già operato e lei ha risposto che certo, e che era andato MOLTO BENE. Lo ha detto proprio così, in italiano, ripetendolo. Mai suono fu più soave di quelle due parole.
Siamo al quarto piano, dove si trova la sua stanza, la 419, e aspettiamo fiduciose.
Ore 14.30: aspettiamo.
Ore 15.00: aspettiamo.
Ore 15.30: aspettiamo ancora.
Ore 16.00: continuiamo ad aspettare.
Ore 16.30: ancora nessun segno del pargolo. Molto a malincuore, ma ugualmente rincuorata, mi avvio verso l’aeroporto per rientrare a Pisa.
Arrivo a Orly e ZA’! Leggo una bella scritta rossa lampeggiante sul monitor, di fianco al volo EasyJet Orly-Pisa delle 18.50 [e ad altri N voli della giornata]: Annulè-Cancelled.
Hmmm….
Che si fa?
Schivando orde di pisani agguerriti raggiungo il banchetto EasyJet, dove la gentile fanciulla mi dice che per uno sciopero dei controllori di volo francesi è successo tutto ’sto parapiglia. E mi dice che il primo volo utile per Pisa è lunedì mattina. Seeeee….
Mi dice anche che però c’è un posto sul volo per Linate di sabato, alle 10.40. Vai, è fatta.
Tempo trascorso dall’arrivo in aeroporto: 45 minuti.
Sorrido tra me e il resto del mondo, nemmeno facendo finta che mi dispiaccia questo contrattempo, in mezzo alla marea di passeggeri imbufaliti, perché questo destino cinico y baro stavolta è stato tutt’altro che cinico, visto che ritorno a rotta di collo in ospedale [tanto ormai la strada la so a memoria] pensando che in fin dei conti riuscirò a vedere il pupo con i miei occhi.
Arrivo alle 19.20 e non trovo nessuno al quarto piano. Né mamma, né Kaio. Corbezzoli, ‘ndove l’hanno nascosto? Trovo l’infermiera simpatica e le chiedo lumi, al che lei agguanta la cornetta e invece di telefonare alla MondialCasa chiama giù di sotto, alla salle de rèveil, sta al telefono buoni dieci minuti e alla fine mi dice che è ancora laggiù, e che là c’è anche la sua mamma. Mi dice che posso scendere anche io. Neanche il tempo di dire “voulez-vous coucher avec moi, ce soir” e sono davanti alla porta di questa stanza al terzo piano sottoterra, dove parcheggiano i pazienti dopo averli operati per tenerli sotto controllo.
Le porte si aprono magicamente senza un rumore e ne esce una MammaDiKaio vestita di una gabbana azzurra da medico, che prontamente mi consegna.
Tolgo borsa e maglione, mi maschero da principessa azzurra ed entro.
A questo punto, immaginate in sottofondo le note di una canzone di quelle da film, quelle che si sentono nelle scene ricchissime di pathos, tipo Chariots of Fire.
La scena si svolge al rallentatore, nella migliore tradizione filmica.
Il rallentatore dura poco, visto che Kaio è nel letto subito vicino alla porta, sulla sinistra.
Ha decine di cosetti appiccicati addosso, flebo, cerotti, e la faccia di uno che ha appena vinto alla più grande lotteria del cosmo.
Ci guardiamo e a quel punto mi rendo conto davvero che ce l’ha fatta. Inizio a lacrimare copiosamente, e contemporaneamente sorrido con tutti i denti che ho e mi faccio dare anche tutti i denti dell’intera Gallia. Come scriverò agli amici in attesa di notizie, quel momento è stata l’emozione più grande che abbia mai provato [ebbene sì, ho un cuoredipanna anche io, quando si tratta dei miei amici]. L’operazione è riuscita, è andato tutto bene. Ma siccome ho un po’ del San Tommaso, finché non l’ho visto con i miei occhi stentavo ad abbandonarmi alla serenità.
Verso le nove lo lasciamo alle cure dell’ospedale e andiamo a mangiare, dopo che per tutto il giorno avevamo avuto lo stomaco chiuso per la tensione. Un Croque-Monsieur che mi ricorderò finché campo.
Undici ore filate di sonno, seguite da una colazione al solito Cafe Paris Nord, dai saluti al paninaio e poi di nuovo in ospedale, dove lo riportano in stanza ancora dopatissimo di morfina e dove poi passiamo tutto il giorno a pensare a quante cose ci saranno da fare ora: gite da Lush, sbronze maestose, abbuffate di fiorentina e serate al BeBop qui nel Granducato non appena possibile, sonni finalmente tranquilli senza il panico di ritrovarsi in una pozza di sangue e molte altre cose più e meno frivole.
Di nuovo, alle nove passate lo lasciamo tranquillo a riposare.
Sabato mattina, stamattina, colazione, RER B fino a Orly e stavolta va dritta, mi fanno partire. Atterrata, mi scapicollo sul primo treno alla volta di Firenze SMN giusto in tempo per apprendere, poco dopo il mio arrivo a casa, che domani le pétit Kaio [come lo chiamava l’infermiera simpatica] verrà dimesso e procedere quindi a prenotare il loro volo di ritorno a casa a Milano domani sera, dopo due settimane e spicci.
Evviva.
Stasera la pumessa [come mi chiama la Mary] va a gallina.