Oggi sia Mama che Nonna mi hanno scritto che anche Rita Levi Montalcini è nata il 22 aprile. Però è più bello che sia anche il compleanno della buonanima di Charles Mingus.

Ho ricevuto un regalo bellissimo dai miei amici-angeli custodi, e uno grandissimissimo da Mama.

Ho ricevuto anche due telefonate che aspettavo con ansia e che quindi considero di compleanno: l’annuncio dell’arrivo dei mobili dall’Ikea [va bene che io sono da bosco e da riviera e ho dormito in posti che voi umani nemmeno immaginate, ma un letto vero mi fa sempre piacere…], e l’annuncio che finalmente giovedì -dopo rischi indicibili e traversie innumerevoli- mi attaccheranno il gas [blah blah bosco e riviera, ma poter fare la doccia calda al mattino è fondamentale].

Queste due notizie sono direttamente implicate con l’insediamento in casa nuova, dopodomani sera, mio e della mia nuova compagna, la gatta muccata Nespola [la cui fotografia qui sotto mi è stata inviata dal suo ex-convivente]. Che ha rischiato di trovarsi intorno ogni possibile articolo IKEA da gatto, anche se poi ho pensato che è meglio aspettare un po’ e vedere cosa le piace.
Nespola

Pare vero :)

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Invece che a casa Cougar questo fine settimana pasquizio pareva d’essere alla Ludoteca.

Abbiamo persino generato esagrammi dai punteggi del Pampalugo, questo è il mio:
esagramma 41, la Riduzione, composta dal lago (sotto) e dalla montagna (sopra).
“Se si è sinceri si avrà fortuna e non si commetteranno errori”, dice il mio libro.

Insomma, riuscire a trovarsi in mano il maledetto fante di spade per tre volte di fila non è da tutti. Significa che sono fortunata in amore, via.
Empi ha pure stracciato il Lupo a scacchi a più riprese, che poi si è vendicato stracciando me, che a mia volta mi sono ri-vendicata stracciandolo a briscola.

[parentesi ricca di pathos e felici memorie di spensierata gioventù]
La nemesi, finalmente.
Erano cinque anni che aspettavo di farlo. Esattamente da quando, in viaggio per nave alla volta di Atlantide nell’agosto da bolla africana del 2003 [48°C a Cagliari, oh], lui mi vinse sette partite di fila a briscola. Fui salvata solamente dalla luce della sala-poltrone che si spense provvidenzialmente per far dormire gli ignari passeggeri e per salvare me da un umiliante cappotto.
[fine parentesi ricca di pathos eccetera eccetera]

C’è da dire, a discolpa del mio fratellone dai lunghi riccioli, che sulla scacchiera con le pedine a forma di draghi in diverse guise non è proprio facilissimo raccapezzarsi. Alla fine era diventata una partita tra Elfi e Ghibellini, dicono i due scacchisti.
Mama si ostinava inoltre a mescolare le carte al posto di chiunque, ed Empi l’ha quindi così apostrofata: “Ma ti pagano a cottimo?”, ottenendo il risultato di farmi scivolare sotto la panca della cucina dal ridere.

E insomma, alla fine ce l’ha fatta. Domenica Lupone riparte per Downunder.
Non vedo l’ora di ricevere il messaggio di avvenuto atterraggio, sistemazione e trangugio dell’amatriciana inaugurale a Perth con i suoi amici.
Epperò è stato bello averlo intorno in questi giorni. Non lo voglio qui perchè là sta bene e qui no. Ma mi mancherà lo stesso :)
Lasarôn!

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Se la Maga fosse un uomo sarebbe l’uomo della mia vita.

Se non ci fosse bisognerebbe che ci fosse, perchè inventarla sarebbe impossibile in quanto nessun essere umano potrebbe concepire qualcosa di tanto grandioso e inimitabile (il suo creatore è discepolo del creatore di Mama, sicuro).

Ha una risposta sensata ed illuminante a qualsiasi quesito esistenziale e non.

E’ entusiasta di tutto.

Ha gli occhi più blu e il sorriso più grande della Via Lattea.

Ieri era il suo compleanno e io tra le mille questioni che ho in ballo in questi giorni l’ho dimenticato.
Lascio al vecchio Ben il compito di dire Buon Compleanno:

You look like gold to me
and I’m not too blind to see
you look like gold

you make me wanna sing
with all the joy you bring
you look like gold

like the rays down from the sun
when a new day has just begun
you look like gold

I’ve been fooled before
but now I know
I’ve made the mistake in the past
but now I know the difference
from gold and brass

not the kind of gold you wear
but the kind that can feel my care
you look like gold

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D-------------------------------------------------
a-------------------------------------------------

d-------------------------------------------------

g#-----2---------------2(p0)-------0-----7b.------

a-----2-2---3-----3----2(p0)-0--0-----/5-----5-53

d--0-2---2-(2)-2-(2)-2-2p0~~h4-4---0h4/7----7--75

Jeff Buckley - Vancouver

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26 Nov 2007

I walked the world with you, babe
A thousand miles with you
I dried your tears of pain, babe
A million times for you

I’d sell my soul for you babe
For money to burn with you
I’d give you all, and have none, babe
Just, just, justa, justa to have you here by me

Buon compleanno…

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God bless my soul here he comes now
The man with the most how does he do it?
Sure he’s got style he’s so heavy
He’s a trip can do anything
Anything anything
He’s my soul brother

He’s my best friend he’s my champion
And he will rock you rock you rock you
‘Cause he’s the saviour of the universe
He can make you keep yourself alive
Make yourself alive
Ooh brother cause he’s somebody somebody
You can love
He’s my soul brother

When you’re under pressure feeling under pressure
Yeah pressure yeah pressure
He won’t let you down
When you’re under pressure
Oh feeling under pressure yeah pressure
So he won’t let you down
My brother won’t let you down
He won’t he won’t he won’t let you down
He can do anything anything anything
He’s my soul brother

Buon trentesimo compleanno, Lupo!

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Eeeeed è partito!! Il Lupo è stato depositato a Malpensa stamattina da Mama e da me, e fra cinque ore e mezza atterrerà a Vancouver!
Non prima di averci fatto l’onore di passare la vigilia del viaggio con noi, ben avvolto da bistecche abnormi, asperso da tequila sale e limone [per digerire, mi dicono], protagonista di risate a lacrime e inzuccherato oltre ogni dire, che non ci pareva vero di averlo lì.


Suerte, mate!

I feel a change
back to a better day

(shape shift)
hair stands on the back of my neck
(shape shift)
in wildness is the preservation of the world

so seek the wolf in thyself

(shape shift) nose to the wind
(shape shift) feeling I have been
(move swift) all senses clean
(earth’s gift)back to the meaning, back to the meaning of wolf and man

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… ma quale avventura, questo è ammmòre!

Oggi è passato un anno esatto dal giorno in cui sono planata nel Granducato di Toscana. L’atterraggio è stato morbido da subito.
Dopo 365 giorni posso affermare che l’entusiasmo iniziale era più che giustificato, e che questa terra mi ha accolto come se le appartenessi.
In fondo un quarto di sangue fiorentino ce l’ho, sarà per quello…
Sarà anche per il lavoro che mi dà delle soddisfazioni, sarà per il BeBop, sarà per i personaggi che ho trovato qui e a cui mi sono già affezionata, così affini per certi versi ai miei adorati amici rimasti nella Terra delle Nebbie, su Atlantide, a RezzoMilia e a Caput Mundi.

La seconda parte del piano ora è vincere al Superenalotto e costruirmici casa, nel Granducato.

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Come dicevo qualche post fa, Rrrocco mi vizia.

Oggi non si è limitato a viziarmi, mi ha precipitato in un gorgo di lussuria mangereccia. Con la scusa di togliermi i semi dalla fetta di anguria che avevo già divorato per un terzo mi ha come suo solito fregato il piatto, e mi sono poi trovata davanti questa opera commovente:

Pregherei i signori della Corte di mettere a verbale che l’anguria con sopra il cioccolato al latte fuso è il trionfo della Gola, il sacro e il profano che danzano insieme sulle papille.

…Papparapappà-Pappà-Pappà… UnduettrèUnduettrè…

[Fotografie gentilmente concesse da Icara]

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Ogni tanto il mio microcosmo segue moti meravigliosamente browniani.
Stasera ero al BeBop per salutare tutti prima delle ferie e per sentire Acoustic Visions of Bob Dylan: gli eccezionali Francesco Maggi e Gabriele Savarese e ovviamente Bernardo, il mio bassista, chitarrista, cantante, citazionista, cabarettista, investigatore informatico, sceglitore di posti per concerti, architetto di Amici Miei e giocatore di Pictionary preferito.
E fin qui tutto normale [da quando vivo qui la qualità della mia normalità è decisamente elevata].

Quello che non mi aspettavo è avere il privilegio di un miniconcerto privato, nato oserei dire per caso, nella saletta viola.
Non mi aspettavo nemmeno che il mio desiderio espresso qualche post fa [cioè sentire Bernardo che canta At least that’s what you said dei Wilco] sarebbe stato non solo esaudito, ma addirittura esaudito in un’emozionante performance per pochi iniziati, ma così pochi che ero solo io.
Nonostante la qualità del mio canto sia del tutto opinabile, non ho potuto fare a meno di aggiungermi come seconda timida voce.

Esimio Jeff Tweedy, mi duole dirtelo ma senza esitazione alcuna dichiaro qui ed ora che, per i miei motivi affettivi e musicali, ma soprattutto affettivi, questa singola canzone nella retro-sala del BeBop vale il concerto intero dei Wilco del 17 luglio. Come direbbe la Maga, “tutta la vita!”.

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Capita che il mio primo concertone a Firenze sia proprio quello di Tori Amos, domani sera al Verdi.
Lo dedico al Gentile Utente lassù, bouncing off the clouds, per tutto quello che ricordano insieme Firenze, A Sorta Fairytale e questo periodo dell’anno.

and i’m so sad
like a good book
i can’t put this
day back
a sorta fairytale
with you
a sorta fairytale
with you

and i was ridin’ by
ridin’ along side
for a while till you lost me
and i was ridin’ by
ridin’ along till you lost me
till you lost me in
the rear view
you lost me
i said

way up north i took my day
all in all was a pretty nice
day and i put the hood
right back where
you could taste heaven
perfectly
feel out the summer breeze
didn’t know when we’d be back
and i, i don’t
didn’t think
we’d end up like
like this

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Un anno è poco nell’arco di una vita, ma è un’infinità nell’arco di dodici mesi. Lucia Vasini diceva qualcosa di simile in un dialogo con Paolo Rossi, ai tempi di Su La Testa.

Questo Long Ago dal suono tayloriano è appunto un anno, il Far Away è l’Australia, l’altro capo del mondo, un emisfero dove le stelle sono diverse da quelle che vedo io, invece di Orione e Cassiopea c’è la Croce del Sud, e l’acqua del wc scorre in senso contrario [sulla veridicità di questa affermazione sospendo il giudizio, ma l’ho sentita in una puntata dei Simpson e mi fa ridere]. Una terra ricca di creature mostruose [basti pensare al koala mannaro o al crudele kookaburra cannibale, per non parlare poi del famelico platypus delle Blue Mountains…], eppure il Lupo è uscito indenne da frutteti che celavano draghi spinosi e da brown snakes acquattati sotto gli scalini di casa, oltre che da bar più o meno malfamati [e qui potrei ricattarlo, con certe fotografie in mio possesso in cui è ritratto nelle improbabili vesti di cubista…] e da peregrinaggi nel deserto [questa ha un che di biblico].

Talmente indenne che domattina alle 8 atterrerà a Roma, e in un non meglio specificato momento nei prossimi giorni verrà traslato qui a VillaCougar affinchè per giorni e notti racconti alla sua sorellina cos’ha pensato, fatto e visto, e affinchè la sua sorellina lo renda edotto sugli ultimi rutilanti otto mesi della sua nuova meravigliosa vita fiorentina, oltre che sui malti invecchiati che vivono dietro al bancone del BeBop.

Pare vero.

Citando Mister Capra di “Cappuccetto Rosso e Gli Insoliti Sospetti” : Davveero? Davveeero? DavveroVeroVeroVeroVeeroooBuh!

[Mi suggerisce il mio bassista preferito che ormai dovrebbe essere Dingo, più che Lupo. Sottoporrò al Comitato questa proposta.]

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Ho inaugurato il mio ventottesimo anno di vita con una scena degna del miglior Woody Allen ibridato con Groucho Marx [e qualche molecola di Fantozzi a guarnire], complice Mama, piegata a portafoglio dalle risate. Son cose.
[Prendila così… Non possiamo farne un dramma… ]

Dove mai avrò passato la sera del mio compleanno? Al BeBop, pleonastico dirlo.

Pareva di essere tornati alla gloriosa epoca dei mercoledì sera della Cyrus Band, anche se il volantino fuori dalla porta del BeBop recitava “Lucio Battisti - Il concerto”.
E con me a festeggiare c’erano Mama ed Empidosi, assieme ai miei adorabili colleghi & amici del Granducato.
Grande la Mary che mi ha fatto gli auguri [che lo so che ero lì a festeggiare il compleanno, ma me n’ero quasi scordata presa com’ero dalle performances musicali della serata] a mezzo di uno shot a tradimento, affiancata in questa malefatta da Bernardo e Claude Le Barman. E poi uno si stupisce del fatto che quel posto sia il mio preferito di tutti i tempi, anche più del Pilutti’s a Udine.
Ma torniamo alla musica.
Dopo alcune melodie di battistiana memoria, tra cui una delle mie preferite che casualmente dà il nome al doppelgänger battistico della Cyrus Band cioè Cherry 3 Hill, i baldi giovani hanno fatto capire al pubblico di essere in forma eccezionale con cose come Sittin’ on the dock of the bay, la sempiterna Take it easy [che Empidosi non sapeva essere stata suonata anche da Jackson Browne… si le cose nun le sai… Salle!], Purple Rain e una chicca, ma che dico una chicca, potrei dire un enfatico, zaccagniniano e similorgasmico DAHHH! per descrivere l’interpretazione di Child In Time dei miei meravigliosi musici, in particolare gli acuti di Ciro e l’assolo di Donato.

Mi piace pensare di essere stata la sola a riconoscere i primi versi di At least that’s what she said dei Wilco, quando Bernardo li ha sussurrati tra una canzone e l’altra.
Adorerei sentirgliela cantare intera, come anche Late for the sky. [Metterò questa cosa nella mia lettera a Babbo Natale. Come “Ma siamo ad aprile!”? E allora? Ti sembra una scusa passabile?]

Ho ancora circa 20 ore di compleanno da festeggiare, ne userò una o due delle prossime per stare in terrazzo a guardare se qualche Liride passa di qui.

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Uno è ingegnere, l’altro informatico
Uno abita a tre minuti da casa mia, l’altro a tre ore.
Uno lo conosco da quattro anni, l’altro da quattro bimestri.
Uno ha una mente superiore, l’altro anche.
Di uno voglio il busto in marmo sul comodino, dell’altro anche.
Uno mi fa lacrimare dalle risate, l’altro anche.
Uno compie gli anni il 20 aprile, l’altro anche.

D’altro canto, cos’è un augurio di buon compleanno se non un Apostrophe rosa tra le parole Vi e adoro?

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Ovvero, di come non tutti gli scioperi vengano per nuocere.
Ma andiamo con ordine.

Dopo essere partita da Bergamo giovedì alle 6 e mezza del mattino, avrei dovuto passare la giornata in ospedale mentre operavano Kaio, con ritorno in patria previsto per le ore 18.50 da Parigi Orly alla volta della torre pendente.

L’ospedale Lariboisiére di Parigi ha una bella corte interna con aiuole e panchine, quindi s’è passato un po’ di tempo lì al sole, fino a quando ci hanno detto che lo avrebbero riportato in reparto verso le 14.
Momento di intenso giubilo e prime lacrimucce tra me e la mamma di Kaio, quando per esser sicure abbiamo chiesto all’infermiera se l’avevano già operato e lei ha risposto che certo, e che era andato MOLTO BENE. Lo ha detto proprio così, in italiano, ripetendolo. Mai suono fu più soave di quelle due parole.
Siamo al quarto piano, dove si trova la sua stanza, la 419, e aspettiamo fiduciose.
Ore 14.30: aspettiamo.
Ore 15.00: aspettiamo.
Ore 15.30: aspettiamo ancora.
Ore 16.00: continuiamo ad aspettare.
Ore 16.30: ancora nessun segno del pargolo. Molto a malincuore, ma ugualmente rincuorata, mi avvio verso l’aeroporto per rientrare a Pisa.

Arrivo a Orly e ZA’! Leggo una bella scritta rossa lampeggiante sul monitor, di fianco al volo EasyJet Orly-Pisa delle 18.50 [e ad altri N voli della giornata]: Annulè-Cancelled.
Hmmm….
Che si fa?
Schivando orde di pisani agguerriti raggiungo il banchetto EasyJet, dove la gentile fanciulla mi dice che per uno sciopero dei controllori di volo francesi è successo tutto ’sto parapiglia. E mi dice che il primo volo utile per Pisa è lunedì mattina. Seeeee….
Mi dice anche che però c’è un posto sul volo per Linate di sabato, alle 10.40. Vai, è fatta.
Tempo trascorso dall’arrivo in aeroporto: 45 minuti.

Sorrido tra me e il resto del mondo, nemmeno facendo finta che mi dispiaccia questo contrattempo, in mezzo alla marea di passeggeri imbufaliti, perché questo destino cinico y baro stavolta è stato tutt’altro che cinico, visto che ritorno a rotta di collo in ospedale [tanto ormai la strada la so a memoria] pensando che in fin dei conti riuscirò a vedere il pupo con i miei occhi.

Arrivo alle 19.20 e non trovo nessuno al quarto piano. Né mamma, né Kaio. Corbezzoli, ‘ndove l’hanno nascosto? Trovo l’infermiera simpatica e le chiedo lumi, al che lei agguanta la cornetta e invece di telefonare alla MondialCasa chiama giù di sotto, alla salle de rèveil, sta al telefono buoni dieci minuti e alla fine mi dice che è ancora laggiù, e che là c’è anche la sua mamma. Mi dice che posso scendere anche io. Neanche il tempo di dire “voulez-vous coucher avec moi, ce soir” e sono davanti alla porta di questa stanza al terzo piano sottoterra, dove parcheggiano i pazienti dopo averli operati per tenerli sotto controllo.
Le porte si aprono magicamente senza un rumore e ne esce una MammaDiKaio vestita di una gabbana azzurra da medico, che prontamente mi consegna.
Tolgo borsa e maglione, mi maschero da principessa azzurra ed entro.

A questo punto, immaginate in sottofondo le note di una canzone di quelle da film, quelle che si sentono nelle scene ricchissime di pathos, tipo Chariots of Fire.
La scena si svolge al rallentatore, nella migliore tradizione filmica.
Il rallentatore dura poco, visto che Kaio è nel letto subito vicino alla porta, sulla sinistra.
Ha decine di cosetti appiccicati addosso, flebo, cerotti, e la faccia di uno che ha appena vinto alla più grande lotteria del cosmo.
Ci guardiamo e a quel punto mi rendo conto davvero che ce l’ha fatta. Inizio a lacrimare copiosamente, e contemporaneamente sorrido con tutti i denti che ho e mi faccio dare anche tutti i denti dell’intera Gallia. Come scriverò agli amici in attesa di notizie, quel momento è stata l’emozione più grande che abbia mai provato [ebbene sì, ho un cuoredipanna anche io, quando si tratta dei miei amici]. L’operazione è riuscita, è andato tutto bene. Ma siccome ho un po’ del San Tommaso, finché non l’ho visto con i miei occhi stentavo ad abbandonarmi alla serenità.

Verso le nove lo lasciamo alle cure dell’ospedale e andiamo a mangiare, dopo che per tutto il giorno avevamo avuto lo stomaco chiuso per la tensione. Un Croque-Monsieur che mi ricorderò finché campo.
Undici ore filate di sonno, seguite da una colazione al solito Cafe Paris Nord, dai saluti al paninaio e poi di nuovo in ospedale, dove lo riportano in stanza ancora dopatissimo di morfina e dove poi passiamo tutto il giorno a pensare a quante cose ci saranno da fare ora: gite da Lush, sbronze maestose, abbuffate di fiorentina e serate al BeBop qui nel Granducato non appena possibile, sonni finalmente tranquilli senza il panico di ritrovarsi in una pozza di sangue e molte altre cose più e meno frivole.
Di nuovo, alle nove passate lo lasciamo tranquillo a riposare.

Sabato mattina, stamattina, colazione, RER B fino a Orly e stavolta va dritta, mi fanno partire. Atterrata, mi scapicollo sul primo treno alla volta di Firenze SMN giusto in tempo per apprendere, poco dopo il mio arrivo a casa, che domani le pétit Kaio [come lo chiamava l’infermiera simpatica] verrà dimesso e procedere quindi a prenotare il loro volo di ritorno a casa a Milano domani sera, dopo due settimane e spicci.

Evviva.

Stasera la pumessa [come mi chiama la Mary] va a gallina.

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