Scena:

Cambio la vista di Dreamweaver da “codice” a “progettazione” per controllare una cosa. Il computer fa BEEEP e mi presenta un minaccioso alert che recita: “Non si è verificato alcun errore [OK]”.

Il mio collega A. dice: “Eh, mai sentito parlare di Paranoia Delle Macchine”?
Io rimango un attimo interdetta e poi gli chiedo se mi sta coglionando. [Potrebbe suonare credibile, per una fan di Asimov quale io sono.]
Sì. Mi stava coglionando.

Meno male.

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22 Aug 2006

Un dramma.
Una notizia-bomba calata sulla mia testa come una genealogica spada di Damocle, un marchio d’infamia, una lettera scarlatta [”Gaò”] da ricamare sui corsetti, la genetica propensione ad un’inclinazione dall’asse z di circa 5 gradi e mezzo, un’ancestrale passione per il teatro goliardico e un odio forsennato per una consonante occlusiva, che porta a sincopi e aferesi indiscriminate nei casi di “c” sia velari che palatali.

Tradotto in italiano:
Ieri sera ho scoperto di avere lontane origini pisane, oltre che fiorentine, marchigiane e friulane.

Dovrò disdire l’abbonamento al Vernacoliere.

If you want to open the hole
Just put your head down and go
Step beside the piece of circumstance
Got to wash away the taste of evidence

Wash it away
(Evidence…got a taste of evidence)

I didn’t feel a thing
It didn’t mean a thing
Look in the eye and testify;
I didn’t feel a thing

Anything you say, we know you’re guilty
Hands above your head and you won’t even feel me

You won’t feel me

[scherzavo]
[non sulle origini, sulla disdetta dell’abbonamento al Vernacoliere.]

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Il processo di toscanizzazione sta andando a gonfie vele, complice anche la presenza burlona e geniale della Calippa nella mia giornata fiorentina di ieri. Ho riportato a casa un sacchetto pieno delle “c” che non ho usato.

Versata caparra e prima mesata d’affitto, ho proceduto a fare amicizia con il barista e con il cartolaio sotto casa, e ho persino spiegato ad un turista spagnolo qual è il Ponte Vecchio, io che qui non ci vivrò ancora per un paio di settimane e che ci sono stata in tutto 5 volte in vita mia, ma dico.

In quel di QualchePostoFuoriBologna, invece, le lasagne di nonna Ines erano da morirci da tanto eran buone, e vedere miocugginomiocuggino [ma com’è venuta fuori, poi, la storia che siamo cugini? Bah!] e la tenera Agne e chiacchierarci fino a tarda notte, invece di giocare a CoseAnimaliCittà come s’era deciso, e dormire con il blues-gatto Elwood, ecco, son cose. Belle, intendo.

Ho deciso: in questo momento di quiete pre-tempesta traslocatoria, faccio programmi per rendere il ritorno del Lupo il meno traumatico possibile, tra qualche mese.

Tanto lui si fida… [e qui, non so perchè, mi viene in mente una delle tipiche espressioni “clueless” di Rat-Man.]

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Lo sospettavo.

© Tatsuya Ishida - www.Sinfest.net

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Habemus casa.

Lunedì sera, quando siamo arrivate davanti al numero 71nero [qualcuno, per favore, mi spiega perchèddiavolo a Firenze ci sono i numeri rossi e neri? Che senso ha avere il 71 rosso e affianco il 71 nero, neanche dall’altro lato della strada, proprio a fianco…] mi è bastata una sola occhiata per pensare “Io DEVO vivere qui”.

Senza fare i conti con l’oste, ovviamente, senza sapere se mi avrebbero dato in affitto il micromonolocale, ma io avevo già deciso che avrei vissuto lì, appena messi gli occhi sul lungarno al tramonto, sugli scorci che si vedono dalla strada, sul microterrazzino su cui ho già mentalmente costruito non un castello, ma un intero reame, e sul baretto sotto casa, sui tre negozietti molto retrò, sul rumore di biciclette sui ciottoli e sull’aspetto così diverso da Milano che sembra più un paesino di collina, e invece è a trenta secondi dal centro di una delle più belle città d’arte del mondo [nonchè a un chilometro dal futuro ufficio, e non mi par vero di poterci andare a piedi, passeggiando per le viuzze del centro, invece che fare dieci chilometri in 40 minuti per attraversare Milano grigia e bigia].

Ho preso casa a Firenze, gente, quasi non ci credo ancora. La cosa buffa è che ho saputo dalla mia nonna fiorentina che in quella stessa strada è nato il mio bisnonno. E voi mi venite a parlare di caso? Il caso non esiste.
[ultimamente questa frase la dico più spesso che “Ciao”. E mi piace.]

Questa è una foto fatta da Mamma, lunedì sera verso le nove, a un centinaio di metri da casa mia. [Adesso lo posso dire: casa casa casa CASA!!!]

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Perchè nessuno mi ha avvisato che a Firenze le vie hanno nomi ingannevoli, per gli sprovveduti forestieri? Ieri, a cercare case con Mamma, eravamo tutte fiere e tronfie per essere arrivate nella zona di Firenze che ci serviva, in macchina, al primo colpo. Dovevamo andare in agenzia in via Ponte alle Mosse, io ho visto con la coda dell’occhio una targa che diceva Via Ponte all…sse e mi ci sono fiondata.

Era via Ponte all’Asse.

Che non è proprio proprio vicinissimo, eh. Soprattutto con la canicola di ieri.
Ad ogni modo, tra chewing gum che sanno di Vegetallumina, autogrill su cocuzzoli, camionisti di madre ignota [e pure un po’ zoccola], incidenti, code, cantieri, code, autostrada, code, tè freddo a litri e aperitivi sul Lungarno, la prima parte della missione “La cerchi una ‘asa a Firenze” è stata compiuta.

Il dispaccio per la seconda parte della missione, dal quartier generale, è atteso per mercoledì.

Stay tuned [state tonnati]…

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