34°C a mezzanotte, secondo l’orologio di Piazzale Loreto. Eppure, stasera il caldo mi scivola addosso ignorato, perchè sono ancora emozionata.
Dalla zattera di Natale nella caserma Cavarzerani di Udine al Pascoli nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, passando per una nomination agli Oscar, tempeste, pani, tulipani, vittorie mondiali 4 a 3 e molto altro.

Sarebbe a dire che sono stata a vedere lo spettacolo di Giuseppe Battiston stasera, come da titolo, ed era appunto dai tempi dello spettacolo di Natale di credo 15 o 18 anni fa a Udine che non vedevo Beppe dal vivo. E se quella volta, meno che decenne, ho riso a lacrime [e pagherei per rivedere quello spettacolo oggi], questa volta, meno che trentenne [-3], ho saltato repentinamente dal riso al rapimento, dal sorriso all’ascolto a bocca aperta, al sorriso da orecchio a orecchio per la storia del cuoco anarchico Passanante, alla meraviglia per il modo eccezionale in cui Giuseppe ti porta da un’emozione a quella opposta con un solo passo sul palco, con un minimo cambio di posizione del capo, con una diversa quanto repentina modulazione della voce.

Insomma, eccezziunale veramente.
Cito dal sito http://www.agidi.it/:

Pensare a Giovanni Pascoli fa tornare indietro con la memoria, magari ai (bei) tempi degli studi, quando ognuno di noi ha avuto a che fare con qualcuno che tentava di spiegare, di tradurre di esemplificare le parole della sua poesia.
E si cresce ( almeno io sono cresciuto), con l’immagine di un poeta tenero, cultore dei ricordi e dei valori più belli, la natura, la famiglia, l’età dell’innocenza, e allo stesso tempo lacerato e segnato dalla tragedia dell’uccisione del padre.

Ma esiste un altro Pascoli, che io non conoscevo, che Renata chiama “il mio Pascoli”, che guarda “a quel cielo lontano”, e appartiene agli accadimenti della vita, alla passione politica e a tutte quelle situazioni che traspaiono dalla produzione epistolare.
Leggendo alcune lettere scopriamo nel nostro Pascoli una forte tensione verso il sociale, e una stretta appartenenza al movimento socialista prima, e ad un socialismo tutto personale poi, frutto di un’analisi molto profonda e, mi sento di dire, molto attuale.
Renata mi ha fatto leggere alcuni scritti che mi hanno molto emozionato, e condivido con lei la necessità di comunicare tali emozioni.
Vorremmo creare uno spettacolo non per narrare la vita di Pascoli, non per tenere una lezione di letteratura, ma per “trasfondere in voi qualche sentimento e pensier mio non cattivo… Vorrei che pensaste con me che il mistero, nella vita, è grande, e che il meglio che ci sia da fare, è quello di stare stretti più che si possa agli altri, cui il medesimo mistero affanna e spaura.” ( Giovanni Pascoli)
G.B.

Uno spettacolo di Giuseppe Battiston, Renata M. Molinari,
su testi, visioni e versi di Giovanni Pascoli.
Drammaturgia di Renata M.Molinari
Scene e luci di Vincent Longuemare
Analisi dei testi per la scena Paola Bigatto

in scena GIUSEPPE BATTISTON

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Ben Harper è più bravo ogni volta che lo vedo, e quella di ieri all’arena di Verona era la quarta in tre anni. La prima volta che vado all’arena e me l’aspettavo più grande, ma la volta stellata, il palco semplice con un telo bianco e le luci dietro, la Maga a fianco e tutto il pubblico in visibilio hanno fatto la loro porca figura. Mai porca figura quanto quella di Ben e degli Innocent Criminals, chiaramente. Il bassista ha avuto una standing ovation con non so quanti minuti di applausi, tanto per dirne una.
Nostalgia nostalgia canaglia su Morning Yearning, su Walk Away e Amen Omen, tre nostalgie diverse, due rimediabili e una no. Un ponteradio su Burn One Down che non ho idea se sia stato capito o meno, indagherò. Un viaggio di ritorno e andata con il mio Socio, che anche se era dall’altra parte dell’arena è sempre bello vederlo. Memorie del concerto di Roma, con il Capo che canticchia “uìt mai òun!”, il 25 ottobre 2003, la Maga con il pigiama di Ben Harper e tutte le altre cose belle che ho scritto da qualche parte tempo fa. Chissà che fine ha fatto la mansarda/soffitta/boudoir-con-terrazzo all’ottavo piano e mezzo che era la nostra base a Caput Mundi…

I’m a living sunset
Lightning in my bones
Push me to the edge
But my will is stone

Fools will be fools
And wise will be wise
But i will look this world
Straight in the eyes

What good is a man
Who won’t take a stand
What good is a cynic
With no better plan

Reality is sharp
It cuts at me like a knife
Everyone i know
Is in the fight of their life

Take your face out of your hands
And clear your eyes
You have a right to your dreams
And don’t be denied

I believe in a better way

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I Livornesi sono un popolo di cui mi piacerebbe avere la prontezza di riflessi nelle battute. I Livornesi sono un popolo di cui mi piacerebbe avere anche, per dirne una, Daniele Caluri e/o Bobo Rondelli. Per il momento, mi accontento delle storie che mi racconta la Calippa:

Incrocio stradale, Livorno o zone limitrofe, non ricordo.
Un tizio in macchina gratta la marcia, qualcuno dalla strada gli urla “Deh, hai cambiato??” e lui risponde “No, sto sempre col tegame di tu’ ma’!”.

Questo è vero genio dialettico.

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Collega pisana: Per quando andrai a Firenze, “pippolo” significa pulsante, bottone, quelle cose lì.
Io: sì sì, lo so, c’è anche il verbo spippolare. Nello Zingarelli c’è scritto “Voce del verbo spippolàre: giocherellare con tastini o pulsanti a caso.”
Collega C.: Ma veramente?
Io: Ma tu credi a tutto quello che dico?
Collega C.: Di solito no, ma questa mi sembrava credibile…

[risate ad libtum]

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Stando a quanto dice Woody Allen, sono definitivamente una cattiva ragazza.

It seemed the world was divided into good and bad people.
The good ones slept better… while the bad ones seemed to enjoy the waking hours much more.

Woody Allen

Una volta mi hanno detto che casa mia sembra una baita di montagna nel centro di Milano.
Ieri sera invece sembrava davvero una casa al mare, chiudendo gli occhi, tra il rumore del ventilatore che sembrava il mare, qualche goccia di pioggia sui vetri, l’occasionale refolo d’aria e l’atmosfera caraibica enfatizzata da reciproci racconti di viaggi e dai generi di conforto.
E naturalmente dai Calexico ed Erykah Badu a sottofondo di qualcosa che mi è piaciuto parecchio.

Leave the heart of the city
For the heart of the world
Leave the heart of this city
Love the way her trust unfurls
Follow her hand to the dark end of the street
Cross in the night, invisible to the electric eye
Sippin’ on a little night train
Slippin’ in to the car to stay warm
Keep moving, keep moving
Sleep by day, move at night
Keep moving
Follow her hand to the dark end of the street
Cross in the night
Become invisible in a blink of an eye
Out past the border patrol
Whose thunderbird’s no match
A helicopter shadow follows you
Way out past the downtown city glow
Cross the santa cruz and i-10
Past the cancerous sprawl into fields of thorn
Through the rincon mountains and cochise
Stronghold south of the chiricahuas
Drifting and drifting…
…Drifting and drifting…

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Lime and limpid green, a second scene,
A fight between the blue you once knew.
Floating down, the sound resounds
Around the icy waters underground
Jupiter and Saturn Oberon Miranda
And Titania Neptune Titan
Stars can frighten… Blinding signs flap,
Flicker, flicker, flicker
Blam pow pow
Stairway scare Dan dare who’s there…
Lime and limpid green
The sounds around the icy waters under
Lime and limpid green
The sounds around the icy waters
Underground.

..sigh.

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Cinque ore di sonno, dopo che dalle 4 del mattino di domenica alle 4 del mattino del lunedì ero stata in giro, Kazakistan-Olanda-Italia, Milano-Udine-Osoppo, un lecca-lecca alla maria [oh, s’era al Sunsplash Reggae Festival, che volete?] regalatomi da un sassofonista assai ganzo e simpatico, giocolieri mangiafuoco, bella musica e l’atmosfera perfetta per rientrare gradualmente nella cosiddetta vita reale.

Cinque ore di sonno, dicevo, interrotte da una telefonata che non mi aspettavo arrivasse così presto, o che arrivasse tout-court. Una telefonata dal mio futuro ufficio, dalla mia futura città, dopo mesi e mesi di tentativi di trovare un lavoro adeguato in un posto che mi piacesse più di Milano.

Me ne vado a vivere a Firenze!

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