Credo che ci sia una componente fondamentale che determina il modo in cui viene affrontato qualsiasi evento o azione da intraprendere, e questa componente si potrebbe definire come Thought Transit Coefficient, dato dalla relazione tra i fattori α - quantità, β - velocità e γ - peso specifico di ogni singolo pensiero, con un range analogo a quello della fuzzy logic, cioè tra 0 e 1.
Altrimenti detto ferma ’sti neuroni che devo attraversare, disgraziato![firmato: il Pollo].
Esempio n°1 - il Viaggio.
Caso A) - T.T.C. ≤0.3 [0 - 0.3]
In questa condizione, ogni tipo di viaggio è adeguato, con preferenza per il viaggio panoramico: non ci sono elevati consumi di risorse dovuti alla temuta sindrome da Pippa Mentale o a quella da Problema In Corso, si è quindi in grado di godersi la strada ammirando le eventuali bellezze circostanti, di fermarsi a fare cose, vedere gente o fumare una sigaretta sul ciglio della strada giusto perchè il posto è carino, di avere compagni di viaggio con cui scambiare amene conversazioni e insomma, cazzeggiare. Questo genere di viaggio viene ricordato, solitamente per fatti esilaranti, e resta nei racconti dei partecipanti per un bel pezzo. Con la classica chiusura dei temi delle elementari, “…e stanchi ma felici ritornammo a casa.”
Caso B) - T.T.C. ≥0.4 [0.4 - 1]
Il cervello è tempestato da scorribande di pensieri che non rispettano nè le precedenze nè tantomeno i semafori, parcheggio non ce n’è quindi sono sempre in moto [notevolmente browniano]. Ne consegue che in questo caso, la formula più adeguata sia l’associazione di due circostanze a basso consumo di risorse: autostrada e orario che va dalla mezzanotte alle cinque del mattino.
L’autostrada non richiede particolari attenzioni, non ci sono semafori, di solito è abbastanza dritta, raro dover cambiare marcia. Inoltre, di notte la poca densità di autoveicoli rende poco frequente anche il sorpasso. Il risultato è che, piazzati comodamente lì, al quasibuio, da soli [requisito notevolmente importante], si riesce meglio a cacciare sul tavolo tutto quel casino di idee e a rimetterle in ordine nel mazzo. O quantomeno a ridurne l’entropia.
Questo secondo genere di viaggio ha un fine, oltre a quello generico di arrivare in un posto, che lo rende utile ma non persistente nella memoria. Ovvero, i chilometri passano molto rapidamente, non ci sono eventi esterni degni di nota ma solo i processi che si svolgono all’interno del cranio.
In entrambi i casi, si mette però in pratica l’insegnamento di Robert Pirsig, [vedi a lato], anche se in modi diversi e con scopi differenti.
Il viaggio resta comunque un lasso di tempo in cui accade qualcosa, non solo uno spostamento per raggiungere una meta.




